La “rivista per le Medical Humanities”

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E’ un organo della Commissione di etica clinica dell’Ente Ospedaliero Cantonale di Bellinzona la “rivista per le Medical Humanities”, uno strumento di approfondimento sul tema del rapporto con il paziente, con i suoi familiari e del ruolo di tutta la comunità curante.

La riflessione pratico-teorica delle Medical Humanities si colloca vicino alla persona malata e alla sua rete primaria (in particolare i suoi famigliari) nel tentativo di costruire una cultura della cura condivisa, in grado di governare i progressi tecnologici e guidare la cura nel rispetto della dignità e delle diverse dimensioni in cui si manifesta l’umanità dell’uomo sofferente. Grande attenzione è data nella riflessione Medical Humanities al personale curante, in particolare all’infermiere/a e al medico, non scordando le altre figure di operatori sanitari e sociali che sempre più lavorano in termini interdisciplinari sulla “scena della cura”, sia in ospedale, sia nel territorio. In un’epoca di grande sviluppo dell’apparato tecnico-scientifico della medicina, di fondamentali dilemmi etici e di crescenti problemi socio-economici, ma anche di difficoltà di comunicazione tra pazienti, familiari e curanti, lo sguardo Medical Humanities tende a costruire nuove alleanze e nuovi modelli di cura. Si pensi, ad esempio, ai temi del corpo malato reso sempre più trasparente dai mezzi di indagine tecnologici e sempre meno incontrato dalla “mano” del curante, a quelli dell’intimità svelata da ogni gesto di cura, alle nuove sensibilità verso la sofferenza e il dolore fisico, psichico e spirituale, sino a quelli che mettono in relazione – nella nostra contingenza economica – malattia e precarietà, risorse e offerta. Non vanno altresì dimenticate le scelte etiche di fronte alla riproduzione della vita, al tempo e al modo del morire.

Le Medical Humanities pretendono coniugare i progressi della medicina tecnologica e biogenetica con l’empatia e la «reciprocità», con un’attitudine che predisponga alla sensibilità, alla consapevolezza e alla tenerezza, se non altro per poter favorire l’incontro, privilegiando il linguaggio e la memoria, il fare come prassi di cura dell’ammalato, i valori che ci stanno a cuore e che siamo disposti a difendere anche quando prevediamo conseguenze non gratificanti.

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